[Giorgio Griziotti] Caro Giuliano,
confermo l’interesse per l’iniziativa e la mia ammirazione per il vostro generoso lavoro culturale sugli archivi ed in generale.
Per essere franco però non mi trovo molto in fase con il vostro testo di presentazione.
Scioccante per me è l’affermazione: “La negazione del conflitto e l’esasperazione della competizione nella scuola, nel lavoro e nella vita di tutti i giorni segnano il ritmo di quella volontà di pacificazione che il capitalismo neoliberale sta portando avanti con successo fino all’esaurirsi dell’ultima guerra possibile.”
Volontà di pacificazione del capitalismo neolib oggi??? Non ci sarà nessun esaurirsi di ultime guerre possibili, siamo solo all’inizio e, senza nulla che si interponga adeguatamente (nuovo immaginario, utopia, rivoluzione, archivi, mense km 0 e quant’altro…) andrà avanti in un ricercato caos accelerazionista sino alla soluzione finale (tipo la Grande Fuga cfr il Boomernauta).
A cosa serve evocare le passioni tristi di chi si perde nella contemplazione del nulla e della morte? Anche se si tratta di provocazioni utili per alcuni, io le trovo profondamente diseducative e disfattiste nel contesto attuale per le generazioni dopo la nostra.
Sento come un ossimoro fra le vostre pratiche così necessarie e costruttive e questa teorizzazione che sembra camminare imperterrita su una sua strada che si allontana vieppiù da realtà non proprio minori come l’arrivo al potere globale di un ur-fascismo spaziale. Ovviamente il tutto è da approfondire in un nostro “conflitto”…
Da antropocentrista inveterato ho semplicemente rimosso, dimenticando di metterla nella lista, l’interposizione più ineluttabile: quella di Gaia febbricitante e infettata… ma anche da questo Götterdämmerung bifiano l’ur capitalismo cercherà di alimentarsi sino all’ultimo.
Giorgio
[Giuliano Spagnul] Caro Giorgio,
La repressione dei conflitti nella società mi sembra sempre più evidente: una pacificazione imposta dall’alto – siamo tutti nella stessa barca, dobbiamo essere uniti contro il nemico, quale che sia: il virus, l’oscurantismo, il fondamentalismo ecc.
Lo spirito di squadra, aziendale, patriottico ecc. non può accettare conflitti interni: sono atti di sabotaggio.
La pacificazione (repressione, negazione, colpevolizzazione) dei conflitti favorisce altresì la competizione, premia i migliori.
Al posto del conflitto si favorisce la guerra, con un nemico da sopprimere o da sottomettere. La guerra del capitalismo è pacificazione; è promessa di pace, che poi significa morte, l’ultima guerra quella definitiva. Il conflitto non cerca la pace, cerca la vita che è sempre conflittuale. La vita è turbolenza, non equilibrio.
Per uscire dal capitalismo occorre riuscire a immaginare il capitalismo e cioè, come ha ben detto Jameson (nella versione corretta, non fisheriana), immaginare la fine del mondo. Perché il capitalismo è la fine del mondo. Ed è vero che non c’è un’alternativa al capitalismo che non replichi in altro modo lo stesso capitalismo (e da qui tutte le rivoluzioni fallite) ma ci sono innumerevoli vie di fuga che si possono praticare, sperimentare, immaginare. Disertate è l’appello di Bifo e non si tratta di una provocazione ma appunto di un’incitazione a trovare tutte le vie di fuga possibili. Cosa, da un secolo a questa parte, sempre più difficile, certo. Interstizi, spazi liberi, autonomi sì, ma senza pensare che siano definitivi e a cui appiccicarci sopra una strategia universale come prospetta Emanuele Braga nella rec. che abbiamo appena letto. Cosa è andato storto [nelle rivoluzioni] si chiede Emanuele. Tutto, potremmo rispondergli, e non sarebbe potuto andare altrimenti. Possiamo solo cercare modi di diserzione dal capitalismo ma non per diventare di nuovo rivoluzionari, militanti di una causa che alla fine scopriamo per nulla diversa da quella che volevamo abbattere, ma per sabotare, sabotare, sabotare. E tenere occhi e orecchie aperti su tutto ciò che di nuovo nasce, nuovi modi di vita, per quanto strani e incomprensibili ci possano apparire. Non abbiamo più un progetto, un’utopia, insomma dobbiamo trovare nella nostra vita, nella vita stessa le ragioni del nostro vivere e non più in un trascendentale. Dobbiamo riuscire ad innamorarci dell’avventura della vita, con tutta la sofferenza che questa comporta ma sapendo che la facoltà dell’immaginazione è il grande strumento che abbiamo a disposizione. Come vedi anch’io sono antropocentrico e credo non a una superiorità dell’umano ma a una sua particolarità, che lo distingue dai non umani, che è appunto l’immaginazione. E la nostra sofferenza, che ci è congenita, fin dalla nascita, oggi si unisce alla sofferenza di Gaia e allora ha ragione Wu Ming1 (anche se lui forse non lo sa bene) che “la terra intera, mediante la sua sofferenza e mediante l’umano stesso che soffre, può innalzarsi, si innalza verso la vita e la salvezza”. E sì una grande opera alchemica che non ha l’oro come obiettivo finale ma la trasformazione, il divenire attraverso il divenire della terra. Non in armonia, sempre in una rete di conflitti che interagiscono e producono cose nuove, anche pericolose come è la vita stessa. Ma parliamone ancora se vuoi.
[Giorgio Griziotti] Buondì. Letta tua affascinante risposta. Io però sto imparando a resistere ai discreti fascini vaganti ed ammaliatori e in una situazione come quella contemporanea cerco di andare al “sodo” ahah. E il sodo, checché tu ne dica, non è Bifo. Comunque siamo d’accordo e NON siamo d’accordo. Dammi un attimo per esplicitare via mail questa sottile ambiguità.
[Giorgio Griziotti] Caro Giuliano,
non capisco il senso, per altro comune, che porta a considerare che le rivoluzioni del XX secolo “siano andate storte”. Non solo erano rivoluzioni necessarie che hanno cambiato il mondo di quell’epoca e di cui viviamo ancora oggi le conseguenze, basta vedere la traiettoria della Cina, ma, soprattutto, non credo proprio che esistano rivoluzioni “eterne”. Anzi direi che il fatto
che quelle rivoluzioni siano state tanto sconvolgenti e marcanti contribuisce alla forza ed alla ferocia della controrivoluzione in atto ormai da quasi mezzo secolo.
Che poi ci sia stato un aspetto trascendentale in quelle rivoluzioni è innegabile ma credo che di questo, come tu scrivi, si sia preso atto, anzi troppo atto sino al punto da rendere sospetto e quasi proscritto, nel campo dei subordinati, qualsiasi tentativo di teorizzazione per non parlare di ideologia. Mentre dall’altra parte l’ideologia funziona alla grande e come proclama Warren “la guerra di classe esiste(va) e noi (loro) l’abbiamo vinta”. Quindi “loro” un progetto ce l’hanno ben chiaro e lo portano avanti.
Del resto il testo di Braga da te citato aveva come titolo Una teoria rivoluzionaria per fermare il collasso climatico. La constatazione del fallimento non riguarda l’ottobre del 17 ma il “movimento climatico che ha ottenuto crescente visibilità, ma non è riuscito a costruire la forza politica necessaria per un vero cambiamento.” Infatti caro Giuliano, è illusione che basti trovare tutte le vie di fuga possibili (con i grandi fratelli techno tycoon saranno sempre più ridotte mi pare), tenere occhi e orecchie aperti su tutto ciò che di nuovo nasce (le nascite sono in calo), o innamorarsi della vita (dove a Gaza?) e neanche sabotare (per altro chi difende la diserzione non parla neanche di sabotaggio ma di contemplazione di un nulla trascendentale appunto…).
Tutte queste piste, questi sabotaggi, queste attenzioni, queste fughe, questo ori sono senz’altro preziosi, e costituiscono effettivamente un humus senza il quale cadremmo in rinnovate proiezioni del “sol dell’avvenire” che, come tu giustamente esponi, ci renderebbe “militanti di una causa che alla fine scopriamo per nulla diversa da quella che volevamo abbattere”.
Ma l’humus non basta, sappiamo benissimo che, se non siamo in grado, se non di piantare antropocentristicamente i semi, almeno di metterci d’accordo per trovare alleati nonumani per costruire con loro una capacità di cambiamento, di rigenerazione, di mutamento, di trasfigurazione, di metamorfosi, di sovversione e quindi di rivoluzione, allora effettivamente quello che ci resta da fare è di compiacersi nel proprio letto insonne di una presunta ed improbabile fine dell’umanità quando invece quello che ci aspetta sarà una lunga Gaza globale.
à suivre…
[Giuliano Spagnul] Caro Giorgio,
Il problema non è che le rivoluzioni sono andate storte, ma che sono invece riuscite. Perfettamente! Se Lenin avesse perso la sua partita con Bogdanov la storia avrebbe preso un altro corso e probabilmente la grande rivoluzione non ci sarebbe stata perché sarebbe mancato quel partito/chiesa, militante/militare, col suo obiettivo trascendentale di salvezza che poi avrà il suo compimento ideale nello stalinismo.
Che poi ci siano tantissime giustificazioni perché le cose siano andate in quel modo, non ho dubbi. L’esempio che ho appena fatto non è per dire che poteva andare meglio, che c’era un’altra via che ci avrebbe potuto portare alla rivoluzione, quella vera, non eterna, certo (anche se comunque promessa) ma per dire che il processo rivoluzionario non è un evento che si progetta ma qualcosa che accade in un modo che poteva, altresì, accadere in innumerevoli altri (o non accadere ma lasciando aperte altre prospettive). Noi riusciamo, a posteriori, a vedere un solo modo, quello che è accaduto, nella sua causalità stringente, evidente.
Ma la rivoluzione che si è avverata è quella della Modernità, dell’impossibilità per chiunque di poter disertare in qualche modo. La società del controllo si è attrezzata e si è resa capillarmente efficace un secolo fa e oggi ha potenziato al massimo livello quella sua efficacia e pervasività a tal punto da diventare, paradossalmente, un elemento di potenziale distruzione del mondo al pari della crisi climatica e della sovrabbondanza e precarietà degli strumenti di distruzione di massa in giro per l’intero pianeta.
La sempre maggior precarietà dell’indeterminatezza nell’essere umano (quella caratteristica peculiare e costitutiva della specie umana) non ci pone a rischio di schiavitù ma di estinzione. Ahimè o ahinoi, Bifo ha ragione. Quella pascaliana domanda che capovolge la domanda sul perché della follia al perché non siamo tutti folli, oggi ha perso la sua efficacia provocatoria, perché la follia sta emergendo a tutti i livelli. Allora quel disertate, per me, non ha un carattere di provocazione fine a se stesso ma di strumento, di indagine sulla possibilità, o meno, che abbiamo ancora di disertare, di rimarcare la nostra indeterminatezza, la nostra conflittualità. Abitare il conflitto dentro di noi, nei nostri rapporti, non semplicemente esternalizzarlo in una vita antifascista ma, in prima istanza, in una vita non fascista (per quanto impossibile da realizzarsi nella sua pienezza).
Trovo assurdo pensare che il destino del mondo dipenda da una teoria rivoluzionaria, anche se per fermare il collasso ambientale. Siamo ancora dentro questa hybris di poter determinare con un progetto il futuro, di determinarlo, di imbrigliarlo. Mentre noi possiamo solo far sì che la storia che si va, tutti quanti umani e non, a costruire, sia un po’ diversa. Che ci sia qualcosa di nostro in essa. Troppo poco? Io direi talmente tanto da giustificare il mio esserci nel mondo, nel mio starci come parte attiva, agente. Vivo la mia avventura che necessariamente devo condividere con altri, vicini e lontani da me (in tutti i sensi). Il risultato? Non saremo certo noi (noi avanguardie, noi rivoluzionari…) con un nostro progetto a determinarlo, e se per puro caso ciò avvenisse, quel progetto realizzato non potrebbe essere altro che l’ennesimo sopruso di pochi sulla testa di molti.
La rivoluzione non è un pranzo di gala? Ma per qualcuno pure sì! Ma nella realtà è la vita a non essere un pranzo di gala e forse in questo, probabilmente, non concordo con Bifo e penso che noi umani, nella nostra più assoluta mediocrità, dimostriamo qualcosa di “eroico”. E in questo mi sento molto dickiano, demartiniano, deleuziano, e forse harawayano, ecc.!
P.S. Ti dispiace se condivido con Collettiva questa nostra discussione?
[Giorgio Griziotti] Caro Giuliano,
Lenin: la storia non si costruisce con i se ed i ma, né con le ipotesi così ingiuste sulla rivoluzione d’ottobre. È stata una rivoluzione prometeica ed in parte trascendentale, certo, perché così era anche l’epoca, ma necessaria. Se non altro ha sconvolto il capitalismo di quell’epoca e mutato le terribili condizioni di vita delle classi subordinate ovunque. Scusa se è poco. In ogni caso, continuando sulla strada attuale forse torneranno presto quelle equivalenti del XXI sec (cfr Dalla Cina con Amore del Boomernauta). È un po’ perturbante inoltre questo appiattimento sulla modernità come la descrivi per cui, al limite, non c’è più nessuna distinzione fra Lenin, Rockefeller e Hitler ed il suo epigono contemporaneo Donald Musk come se le responsabilità ce le dovessimo suddividere tutti in parti uguali.
Non ho scritto e non penso che “il destino del mondo dipenda da una teoria rivoluzionaria, ” – tu dovresti sapere quanto ne sono lontano, dato che hai scritto la prefazione del libro di cui sopra. Mi sembra al contrario che “noi”, le solite classi subordinate, siamo nell’estremo opposto, nella negazione esagerata di quell’hibris progettista che tu descrivi. Non troveremo alcuna via di fuga né alcun nuovo equilibrio con la “diserzione”, neanche mettendo sull’altro piatto della bilancia, la “rivoluzione leninista ” di Maurizio Lazzarato, che ha una sua logica quando afferma che siamo arrivati ad un tal livello di impotenza di fronte all’ascesa mondiale di un equivalente globale del nazismo, per nostra intrinseca debolezza. Tali Disertori odierni e Rivoluzionari leninisti, per quanto stimolanti, risuonano per me come opposti echi dello stesso passato. Pur con la grande stima che ho per l’amico Maurizio.
Ogni istanza vivente o no di Gaia, e probabilmente anche oltre, ha le sue modalità di comportamento, di re/azione, di organizzazione quando si parla di insiemi, di biomi o di collettivi. Mi sembra ancora una volta antropocentrico (e un po’ presuntuoso) pensare che gli umani (tutti?) o meglio, i techno tycoon e classe dominante, siano in grado di generare la nostra estinzione. Invece molto concreto è il loro contributo all’accelerazione entropica (pensa all’insulsaggine dei “compagni” accelerazionisti che anticipavano il “move fast, break things” di Zuckerberg). Siamo proprio nella corsa dentro il caos.
In tutta questa im/potenza, mi sembra che per costruire tutti quanti umani e non, una storia un po’ diversa manchi (a noi) una chiave di volta: quella di essere coscienti delle appartenenze per viverle e parteciparle. Forse in questo perlomeno concordiamo (o forse no…) anche se non mi sento più “eroico” di quei rigogliosi vermi che disturbo un po’ quando rivolto la terra del mio giardino e che ringrazio per il loro contributo.
Chiudo da parte mia per il momento questa intensa discussione perché mi sembra di aver raggiunto i miei limiti (forse anche un po’ di tempo) accettando con piacere di condividere le nostre farneticazioni con la collettiva che abbraccio con te (è già un’appartenenza…).
Giorgio